martedì 19 settembre 2017

Riapre l'Osteria delle Dame!

Fa un certo effetto sentire il vocione di Guccini dagli altoparlanti, in una registrazione alle Dame dei primi anni Ottanta, rimbombare proprio sotto le stesse volte a botte di mattoncini rossi, anneriti ancora dai vapori del mosto ottocentesco. Francesco promette al pubblico “ricchi premi e cotiglioni”, attacca con Flaco Biondini la Canzone per un’amica, la gente ride e applaude. È solo un nastro, ok. Ma è come i Beatles al Cavern Club di Liverpool, Maradona al San Paolo o Simenon al Quai des Orfèvres. Riapre la leggendaria Osteria delle Dame e il Maestrone presenterà proprio là sotto alla stampa, il 27 ottobre, il nuovo album di inediti live conservati dal fonico delle Dame e ripescati dalla Universal. Si tratta di una felice coincidenza: l’Ostaria - secondo la dizione dell’epoca - schiuderà il suo portoncino al 2 di vicolo delle Dame, di fronte al Liceo Galvani in pieno centro, con un’inaugurazione a metà ottobre. Trentadue anni dopo l'ultimo sipario, il 12 aprile 1985, con la festa di laurea in Medicina di Francesco Mazzanti, uno dei soci. Non più osteria, si presenterà esattamente com’era dal 1970 al 1985. Stesso pavimento in cotto, stessa pietra a vista, stesso palco , stessi tavolini recuperati dai solai degli ex soci, e poi il bancone del bar, le scritte sui muri, le botti sulle quali Guccini giocava a carte, perfino le bottiglie di lambrusco o porto stappate oltre trent’anni fa e ancora lì sulle mensole come reliquie. Tutto uguale, quasi un museo, come solo un appassionato feticista poteva conservare. Giusto meno umido e fumoso, ma sempre un po' claustrofobico. Andrea Bolognini, sessantenne avvocato civilista e fratello del professor Stefano (presidente dell’International Psychoanalytical Association fondata da Freud), è riuscito a convincere la famiglia Bolognesi, proprietaria dell’immobile, che non aveva mai più voluto saperne, memore ancora delle notti insonni fino all'alba per la caciara dei biassanòt - i tiratardi - nel vicoletto. Bolognini ha salvato per ora quei locali - un pezzo della storia della musica italiana - da una destinazione a garage o cantina, i progetti già c'erano: dopo lungo corteggiamento, un anno fa ha ottenuto la locazione 4+4 e, ripulito e messo a norma tutto a sue spese, è pronto a realizzare il suo sogno di cultore della musica cantautoriale. Per fortuna, prima che la gente che ci andava a bere fuori o dentro fosse tutta morta.... Si emoziona mostrando quella cantina, ideata da Padre Michele Casali, dove da ragazzo applaudiva i suoi idoli. Ci si sono esibiti, davanti a 100-150 spettatori, Vecchioni, Conte, Dalla, Lauzi, Bertoli, Ron, Lolli, Mingardi, Pettenati, e poi i cabarettisti in erba come Bergonzoni, i Giancattivi di Benvenuti, Cenci e Francesco Nuti, Gigi e Andrea, Comaschi, i Santonastaso, Gino e Michele. Tra i frequentatori De André, Gaber, Bonvi, Pazienza, Craxi, tanti artisti di passaggio al Duse, e – narra la leggenda – perfino Wojtyla, ospite ai Martedì di San Domenico, prima di diventare Giovanni Paolo II. (La Repubblica - Bologna 16.09.2017)

martedì 12 settembre 2017

Un disco da una serata del 1970 all'osteria dei Poeti

Ricorda Guccini tornando con la memoria nella fumosa e goliardica atmosfera dell’Osteria delle Dame, a due passi da quella Osteria dei Poeti, «perché di proprietà della famiglia Poeti» che frequentava Giosuè Carducci. «Quando ripenso a certi momenti trascorsi a tirar mattino alle Dame, allora mi ricordo di essere stato giovane. Presto uscirà fuori qualcosa di quelle notti... un disco che è una registrazione di una serata del 1970». Intervista ad Avvenire

venerdì 16 giugno 2017

26 giugno Carpi Summer Fest: una chiacchiera con Massimo Bernardini

Il cantautore scenderà per sempre dal palco dopo il Carpi Summer Fest. «Non ho paura di commuovermi. Basta anche con i miei racconti in pubblico» di Andrea Laffranchi per IL CORRIERE DELLA SERA «Penso proprio che sarà l’ultima volta su un palco». Francesco Guccini annuncia il secondo ritiro dalle scene. Il primo era arrivato nel 2013 con la pubblicazione di L’ultima Thule: basta concerti e basta dischi. Da allora è rimasto fedele alla promessa. Un solo tradimento per il concerto post terremoto in Emilia. Sul palco ci è tornato tante volte, ma solo per parlare, per raccontare la sua vita lasciando poi la scena ai Musici, band che lo ha accompagnato per anni. E così accadrà il 26 giugno al Carpi Summer Fest: una chiacchiera con Massimo Bernardini e poi il concerto degli amici. PUBBLICITÀ Come se la immagina questa «seconda» ultima volta? «Come le altre: tranquilla, buona, bella». Teme la lacrima? «Non ho paura di commuovermi. Forse se cantassi, ma non lo farò. Ho detto da tempo basta. Adesso c’è la voce di Flaco (Juan Carlos Biondini, il chitarrista argentino con lui da 40 anni, ndr)». Rimpianti? «No. È una decisione presa con maturità. Per me è stato un grande sollievo. Facevo fatica. La tensione era sempre presente. L’età avanzava e non avevo più la forza di stare in piedi due ore e mezza». Le manca qualcosa? «L’incontro con i musicisti e gli amici, le battute e le cene, le barzellette». Se lo ricorda l’ultimo? «A Bologna il 3 dicembre 2011. Sono stato poco bene sul palco. Le persone del mio staff pensavano fosse un infarto. Volevano portarmi al pronto soccorso e io ho dirottato tutti al ristorante. Non avevo previsto fosse l’ultimo. Però poi le preoccupazioni e anche il fatto che da tempo fosse scomparso il mio manager mi hanno fatto prendere quella decisione». Tempo fa ha detto che aveva smesso perché aveva fatto un voto. Può svelarlo? «Era una battuta. La uso spesso quando non voglio fare qualcosa. Come quella volta che ero con amici a un pranzo all’aperto nell’entroterra modenese. Una signora mi chiese di cantare “Happy birthday” per il nipotino. Mi liberai dicendo che avevo fatto un voto. Lo stesso quando mi offrono qualcosa da mangiare che non mi piace». L’intervista si interrompe qualche minuto perché il gatto reclama la pappa. Lei debuttò nel 1967. La prima immagine pubblica è stata la partecipazione a «Diamoci del tu», programma tv condotto da Caterina Caselli che la presentò come «il mio caro amico Francesco». Che ricorda? «Avevo fatto l’autore per i Nomadi e l’Equipe 84, ma non ero nessuno. Ero emozionatissimo. Caterina, donna oggi raffinatissima, si fece scappare un “lo tengo a battezzo”, retaggio del dialetto modenese». Un Guccini irriconoscibile. Senza barba... «Fa impressione anche a me. La barba l’ho fatta crescere nel 1970 per protesta. Non sociale, piuttosto familiare. Non ho mai smesso di portarla». Funzionava come oggi? Iniziarono a fermarla per strada? «Non cambiò nulla. Continuò a non riconoscermi nessuno. Fortunatamente ho sempre potuto camminare per strada senza essere disturbato». Non faccia il modesto.. «Solo negli ultimi anni con i cellulari mi fermano per le foto. E a volte qualcuno arriva fin sotto casa, soprattutto nei fine settimana». Ha smesso con la musica suonata anche in privato? «La chitarra è in un angolo della casa e non si sposta dai tempi dell’ultimo disco. Ho provato qualche volta con gli amici ma non ci riesco più. Non ho più i calli sulle dita. Mi fa subito male». Basta musica, ma Guccini è anche uno scrittore... «Mi siedo al computer tutti i giorni e scrivo. Ho appena finito un giallo che uscirà in autunno». Ha ceduto alla tecnologia? «Continuo a non avere il cellulare. E nemmeno la patente. Sono una specie protetta dal Wwf... Il computer è perfetto per il lento sviluppo della pagina e il taglia e incolla. Mentre la canzone è un flash immediato, una botta. Quelle le ho sempre scritte con carta e penna». Lo stereotipo del cantautore è «uno sul palco con la chitarra e la bottiglia di vino». Si sente un monumento? «I cantautori sono stati le voci più interessanti di questi anni. Hanno fatto cose importanti. E anche io, al di là della mitologia, credo di aver fatto cose buone. Un’amica che lavora all’università di Ginevra sta facendo una critica letteraria delle mie canzoni e ogni tanto le dico “ma sei sicura che ho fatto tutte quelle cose che dici?”».